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Tre giorni
di terapia ambulante


approccio emotivo a "Le vie della fantasia"













A Orvieto, per tre giorni, si respira un'atmosfera magica in cui artisti di strada si esibiscono senza orari e senza meta, con gruppi musicali che lasciano il posto a clown per rispuntare da un'altra parte e cominciare un nuovo spettacolo, con trampolieri, mangiafuochi, acrobati che prima erano mimi e cantastorie che diventano prestigiatori, in uno strano gioco di metempsicosi artistica.
Basta poco per prenderci gusto, per voler continuare a fare zapping tra il poeta estemporaneo e il funambolo, tra i giocolieri e la trapezista, tra il suonatore d'ognicosa e la burattinaia, tra lo scultore di palloncini e la statua vivente. E in tutto questo andirivieni, con gli immancabili ingorghi di gente, ti cominci a sentire partecipe della festa e vedi che intorno le espressioni delle persone diventano più serene.
C'è ovunque un atteggiamento positivo; non importa poi molto la perfezione tecnica dell'esibizione, quello che conta è la fantasia, la voglia di sperimen-tare e di improvvisare, la voglia di esprimersi.

E, tra noi spettatori, vedi riaffiorare qualche cromosoma da saltimbanco, da girovago, da spirito libero, tenuto troppo a lungo soffocato da cravatte troppo strette. E poi visi incantati dalla poesia del carillon umano e piedi trascinati dai ritmi "fusion" in cui tarantella, minuetto e samba trovano una pacifica convivenza.
Con la voglia un po' nascosta di provare, di rubare le clavette al giocoliere o le nacchere a quella tarantolata che ti balla davanti, o, peggio, di comin-ciare a vivere alla giornata, senza patria e senza meta, e ancora il dubbio su cosa spinga quelle persone a fare una vita simile, l'impulso di imitarle, seguito dalla consapevolezza di un disincantato "non ci riuscirei mai".

Eppure nulla dovrebbe stupirci, in televisione abbiamo visto certamente di meglio, ma di sicuro anche di molto peggio... e proprio per questo, ci mera-vigliamo e rimaniamo sconcertati se intuiamo in una di quelle voci, o in uno di quei corpi agili, un sicuro talento, quasi svenduto, quasi buttato. Per strada.

E poi ci pensi, e ti chiedi se è meglio fare il corista a vita, o la ballerina di fila, per sospirare un'inquadratura della telecamera o bramare di vedere il tuo nome, magari piccolo piccolo, sul manifesto; oppure essere ogni sera protagonista, stella per pochi minuti, per poche persone, senza trucchi, senza playback, senza sipario, dove anche la preparazione, accordare uno strumento, infilarsi i trampoli o disporre gli attrezzi è fatto davanti a tutti, e diventa parte dello spettacolo.
Protagonista davvero, con quegli applausi che sono solo tuoi, con il cuore pieno di gratitudine, con gli sguardi su di te... e quel cappello lì davanti... e la sublime dignità nel raccoglierlo...

Forse avremmo davvero qualcosa da imparare dagli artisti di strada.
Forse sul serio quei tre giorni all'anno ci fanno bene, liberandoci per qualche istante dalle sovrastrutture, da un po' di patina di omologazione, facendo riaffiorare per qualche minuto il piacere di essere umili, la voglia di essere schietti.
Sono giornate terapeutiche per tutti, o quasi.

Qualcuno, a dire il vero, lo trovi anche qui, che rimane refrattario a questo metodo di cura, guardando il malcapitato giocoliere con aria di sufficienza e di sdegno, o squadrando con uno sguardo schifato la cantante, col ghigno di chi viene fresco fresco dall'Arena di Verona.
Ma forse per loro, per chi è sempre convinto di essere migliore, non c'è terapia che tenga.